Corpi annegati nel Mediterraneo, corpi congelati nei boschi sulla rotta balcanica, corpi inghiottiti dalla sabbia nel deserto libico: la dimensione corporea fa necessariamente da cornice a quella politica e simbolica dell’esperienza migrante e alla sua disumanizzazione. Il ruolo dei confini europei come dispositivi materiali e discorsivi che producono esclusione, ingiustizia e violenza è inevitabilmente scritto sulla pelle tanto di coloro che non sono sopravvissuti quanto di chi è riuscito a concludere il “passaggio al di là”. Ma i corpi migranti raccontano anche altre storie: storie di memoria e resistenza, di guarigione e solidarietà, di cambiamento e alternative per ripensare, proprio a partire dai corpi, le politiche migratorie e i paradigmi culturali che le sostengono.
Con: Collettivo Rotte Balcaniche, Grace Fainelli e Lucia Randone
In collaborazione con: Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino
